“Davide, questo il nome di un piccolo fagotto di appena 5 settimane. Prima di entrare in camera conoscevo solo il suo nome, non sapevo quanti anni avesse, cosa volesse fare, come avrebbe reagito alla mia presenza. Busso alla porta, entro e lo vedo lì, davanti a me, in braccio alla sua mamma. Due occhietti teneri e curiosi si accorgono della mia presenza e iniziano a vagare su di me.

La mamma è provata, ha bisogno di staccare un attimo, ma non è semplice lasciare il suo bimbo con una persona che non conosce. Cerco di rassicurarla e dopo qualche minuto decide di scendere a mangiare qualcosa, di concedersi un po’ di tempo per lei. Io e Davide restiamo soli, lui adesso è disteso in questo letto, troppo grande per lui. Forse proprio per questo si sente solo e inizia a piangere. Panico! Ora cosa faccio?

Davide è collegato ad una flebo e prenderlo in braccio non è così semplice, ma so che è l’unico modo per poterlo calmare. Non appena me lo appoggio sul petto, infatti, smette di piangere. Tiro un sospiro di sollievo e mi godo questo dolce contatto. Davide piano piano capisce che si può fidare; io mi sono tranquillizzata e adesso lui si affida sereno, addormentandosi in braccio a me.

Quando la mamma rientra leggo nei suoi occhi il desiderio misto a preoccupazione di riabbracciare il suo piccolino. “Grazie”, mi dice, una parola così semplice e spesso banale, ma che da quando sono una volontaria ABIO non ho mai sentito così vera e sincera.

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